Un articolo di Riccardo Luna su Repubblica.it torna sul tema anonimato in rete, sostenenendo una tesi culturalmente e giuridicamente non condivisibile. Quella per la quale “abbiamo troppo poco anonimato” perche’ i primi 500 siti del mondo usano il “browser fingerprinting”.
A parte la imprecisa semplificazione – forse dovuta a necessità giornalistiche – l’anonimato assoluto serve, quando serve, a salvare la vita di attivisti politici e fonti di giornalisti investigativi e non per evitare che Google sappia che mi piace il succo di frutta alla pera. Dunque, ci sono casi in cui l’anonimato assoluto è indispensabile, altri nei quali è preferibile l’anonimato protetto, altri ancora in cui l’anonimato, semplicemente, non serve.
E quando non serve?
Quando, per esempio, l’utente adotta un comportamento consapevole nella diffusione delle informazioni che lo riguardano, sia direttamente (evitando di raccontare ogni minimo “starnuto” che fa su un social network), sia indirettamente (utilizzando tecnologie e software rispettosi della privacy, come quelli open source.
La protezione dei diritti individuali, privacy compresa, parte dai comportamenti dei singoli, perchè usando l’approccio proposto da Riccardo Luna significa aumentare la percezione di irresponsabiltà del singolo, che si convince di potere (e volere) tutto, senza pagare alcun prezzo.
Possibly Related Posts:
- L’Italia chiede a Meta, X e LinkedIn di pagare l’Iva. Ci saranno ritorsioni da parte di Trump?
- La presenza di truppe cinesi in Ucraina è un rischio per la cybersecurity europea?
- La Svezia torna al contante per timore di attacchi cyber
- Quelli su Big Tech sono gli unici dazi che la UE (e l’Italia) non si possono permettere
- ReArm Europe fra indipendenza e sovranità tecnologica